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Gruppo d'Arte

Sicilia Teatro  diretto da Tino Pasqualino

XVI Stagione del Teatro Popolare 2006/2007

Come diventammo industriali del...

di Aldo Mangiù

 Brillante commedia dialettale in due atti ambientata nella sonnacchiosa Sicilia dei primi anni Sessanta, ritrosa e diffidente verso i nascenti fervori del "miracoloso" boom economico.

La scena si svolge interamente nel salotto di una antica casa nobiliare di Catania, residenza di un ricco e avido barone (Filippo Russo), nominato console della sconosciuta repubblica africana del Boythukuntu col quale convivono la governante, la giovane figlia di costei (Gabriella Costa), segretaria del nobile, e un furbo ragioniere (Filippo Minacapilli), amministratore dell'immenso patrimonio del nobile e narratore della vicenda.

La vita scorre regolarmente, tra litigi e discussioni, fin quando il dissoluto nipote del barone (Amleto Monteforte) torna dalle sue peripezie oltreoceano con l'intento di utilizzare il patrimonio del nobile parente per qualche nuovo intrallazzo.

Dopo aver tentato invano di estorcere allo zio una rilevante somma sfruttandone la posizione di console e con la complicità di uno strano personaggio rintracciato tra gli alberghi di Taormina, il giovane orchestra una truffa ai danni della Regione Siciliana, cui avrebbe richiesto cospicui finanziamenti per la realizzazione una finta industria tessile che avrebbe dovuto ricavare una innovativa fibra dalle "pale" dei ficodindia presenti in abbondanza in un terreno di proprietà dello zio.

Grazie a politici e funzionari corrotti, coinvolgendo nell'operazione anche un ufficiale americano di stanza nella base di Sigonella, e fronteggiando maldestramente le velate minacce di due loschi figuri che il giovane neanche riconosce essere mafiosi, il baronetto ottiene dalla Regione Sicilia una forte somma, riuscendo, in tal modo, a garantirsi anche i favori dell'avido zio (ignaro però che l'industria altro non è che una copertura) fino ad allora fortemente ostile al dissoluto nipote adesso acclamato come "sangue del suo sangue".

Non resta indifferente al baronetto neanche la giovane segretaria del barone che, spinta anche dalla madre ansiosa di veder finalmente sistemata la figliola, cede alle sue lusinghe durante un viaggio di lavoro a Palermo, con buona pace del ragioniere segretamente invaghito della ragazza.

Ma tali intrallazzi gettano il baronetto in un mare di guai, costringendolo a scappare dalla villa nottetempo, abbandonando nella disperazione la giovane segretaria in attesa di un bambino e scatenando la furia dello zio resosi conto solo in quel momento di essere stato truffato anch'egli. Quando tutto sembra perduto un'ennesima trovata del furbo ragioniere consente di salvare capra e cavoli: il barone avrebbe sposato la segretaria al cui figlio sarebbe andato tutto il suo immenso patrimonio, del quale neanche una lira sarebbe andata al diseredato baronetto, tornato ad essere l'odiato e dissoluto nipotastro.

 

 

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